Spagna vs Catalogna: questa non è democrazia 

Per quanto giuridicamente simbolico, il Referendum per l’indipendenza della Catalogna potrebbe essere ricordato come uno degli eventi più segnanti della storia recente.Non tanto a livello geopolitico, quanto umano.

Le immagini che arrivano da Girona a Barcellona mettono i brividi. 

Si può essere a favore o contro, si può giuridicamente dichiarare illegittimo e si può credere nel proprio voto simbolico, nella speranza di ottenere qualcosa. Ma questa non è democrazia, quello spagnolo non è uno Stato capace di ascoltare civilmente il volere dei propri cittadini, che sia giusto o sbagliato (sempre se si possa davvero definire cosa è giusto e cosa è sbagliato) e che rimane in ogni caso una voce da ascoltare. 

Così facendo, esercitando forza e violenza, non si ottiene che l’effetto contrario. Che motivo c’era per il governo di Rajoy  di ricorrere all’utilizzo della forza? Perché, se il voto è già ritenuto  costituzionalmente inaccettabile, è necessario imporre la violenza su liberi cittadini, disarmati, pacifici? O, ancor peggio, su donne e anziani?

Il danno, dal punto di vista del governo centrale, era assicurato in caso di netta vittoria – seppur simbolica – del sì all’indipendentismo. Una patata bollente da affrontare in un clima insostenibile. Forse, con il tempo e le negoziazioni, si sarebbe arrivati a una mediazione accettabile da entrambe le parti. Forse.

Ma usare la forza e la violenza ingiustificata è una scelta che sospende la libertà, la democrazia.
Per quanto può contare, non sono favorevole all’indipendentismo catalano. Per tanti motivi. Perché questo orgoglio catalano mi sembra più un orgoglio economico che di identità. Per quanto pacifico, questo referendum era e rimane illegale. Ma non sono neanche favorevole, anzi, a una repressione così violenta che ricorda il peggior Franchismo. 

Amo la Spagna, nella sua diversità e nella sua totalità. Amo la Spagna come paese per molti versi molto più “avanti” dell’Italia. Non la Spagna impaurita, ottusa, divisa, violenta. 



Daniele Zanardi

Michele Serra, impavido gladiatore tra i leoni da tastiera

 

Tra gli svariati motivi per cui amo leggere Michele Serra, tra “amache” e libri, c’è anche il fatto che, pur facendo parte della comunicazione, non finisca mai di stupirsi di quanto la stessa abbia abbassato il suo livello.

Anzi, per lui è proprio un cavallo di battaglia.

L’amaca pubblicata su La Repubblica del 28 giugno 2017 mi ha colpito in particolar modo.

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Sono rimasti in pochi, (lui, Mentana, Bottura e a volte Saviano, i primi tre in modo molto più arguto), a sottolineare e ricordare la piega che questa società ha preso dalla comparsa dei leoni da tastiera a oggi.

Perché finché un tizio diceva la sua belinata al bar, bene che gli andava poteva prendersi qualche cordialissimo fanculo dal compagno di aperitivo. Qui no, qui anche il più becero, il più ignorante può salire sul palchetto e diffondere ai più quelle nozioni che avrebbe fatto meglio a dire tra un bianchino e l’altro al bancone del bar.

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Questa sarebbe la libertà? Non credo. È qualcosa in più, che forse ci è scappato di mano. Finché forse, un giorno, non ne scapperemo tutti.

Ma nel frattempo è bene che chi disponga di un ampio pubblico non smetta di ricordare dell’eccezionale, scadente normalità attorno a noi, come strenuo difensore della comunicazione di qualità.

Come un impavido gladiatore circondato dai leoni da tastiera.

Daniele Zanardi

Francesco Totti alla sua ultima partita con la Roma è un pezzo di vita che se ne va

Francesco Totti alla sua ultima partita con la Roma è un pezzo di vita che se ne va.

Per chi è nato e cresciuto in parallelo alla sua carriera calcistica è un amaro boccone da mandare giù. Per tanti motivi.

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Primo perché la Serie A perde Francesco Totti. E per chi non ha mai visto una Serie A senza Francesco Totti è come dire immaginate che da oggi la pizza si può mangiare sì ma senza l’olio piccante. Sì, ti ci abitui, magari proverai anche delle soddisfazioni, ma non sarà più lo stesso.

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Secondo, perché Francesco Totti che lascia la Roma, a 40 anni suonati, vuol dire che da quando ha cominciato a giocare con la prima squadra, nel 1992, sono passati 25 anni.
25 anni ragazzi. Se voi, come me, avete visto Totti esordire, crescere e diventare – probabilmente – il giocatore italiano più forte della storia, ecco, non siete più giovani. 

Terzo perché Francesco Totti è, era una certezza. Sapevi che era lì, a rappresentare il calcio italiano, a dispensare gioie e dolori in tutti i campi di Serie A, a scrivere poesia dalla trequarti in su.

Quarto perché Francesco Totti era di fatto l’ultima bandiera di un calcio che non esiste più. Facciamo penultima, contando Gigi Buffon.
Baggio, Del Piero, Pirlo, Vieri, Inzaghi e non so quanti altri: quel calcio lì non esiste più

Quinto perché Totti è il mio giocatore italiano preferito. Ho un suo autografo che mi ha regalato mio padre nel 2002 e che porto sempre con me. È una delle cose più affettivamente preziose che ho.

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Totti che lascia la Roma è una certezza che non c’è più. Nella vita le certezze sono tali fino a un certo punto: lo storico bar sotto casa che chiude, quel signore che hai sempre visto fin da piccolo e che, un giorno, muore, quell’amico dell’infanzia che per un trasferimento dei suoi genitori non vedrai più.

Tutti segni del tempo che passa, inesorabile. Mancanze momentanee che dopo qualche periodo si superano. Mancanze che, a volte, non si riuscirà mai a colmare: come quella maglia giallorossa numero 10 che non avrà più lo stesso magico interprete a vestirla.

Francesco Totti che lascia la Roma è un pezzo di vita che se ne va. 

Grazie Francesco Totti, grazie per avermi fatto innamorare del calcio.

Daniele Zanardi

Ai giovani del 25 aprile frega poco o niente

Il 25 aprile è spesso visto come una ricorrenza stanca, polverosa, retorica. Lo è, se vissuta con il distacco tipico della vita di tutti i giorni. Diventa invece occasione di ricordo se osservata dal punto di vista di chi la resistenza l’ha vissuta e di chi, come noi, si ritrova un’epoca segnata dalla paura, dall’odio, dalla diversità vista come pericolo.

25 aprile milano manifestazione

Il 25 aprile assume tutta un’altra importanza quando in America si costruiscono muri; quando in Corea del Nord si organizzano parate pubbliche con l’arsenale di guerra; quando in Europa furbi personaggi fino a qualche anno fa ridicole macchiette si presentano come seri candidati a guidare il governo di un Paese, con slogan portatori di odio, paura, ignoranza.

Il 25 aprile assume tutta un’altra importanza quando in piazza, per ricordare e per imparare la lezione del passato per l’urgenza del presente, c’è una maggioranza schiacciante di anziani. Qualche giovane, qua e là, nessun adolescente. Loro li trovi poco più in là, tra i tavoli sozzi del Mc Donald. Che non sia una novità il distacco dei giovani dalle questioni politico-storiche ne sono consapevole (senza ridurmi a 27 anni a fare ramanzine ai ragazzini, come sei io al Mc Donald non ci fossi mai andato, anzi).

Però, dai, almeno una piccola curiosità di sentire cosa dicono da quel microfono, no?

È che vedere questi due gruppi diversi della società, così vicini ma allo stesso tempo lontani, fa davvero riflettere. La resistenza è vista come qualcosa di vecchio, se non addirittura non vista del tutto. Che le celebrazioni non siano “per tutti”, almeno dal punto di vista dell’intrattenimento, siamo d’accordo. C’è la banda, ci sono i discorsi, a volte interminabili. Ma chi ha più responsabilità di questo distacco?

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Questo 25 aprile l’ho passato a Milano. In piazza, il Presidente del Senato Pietro Grasso ha pronunciato alcune parole che mi sono rimaste impresse: “La libertà è come l’aria: si sente la sua importanza quando comincia a mancare“. Non so se sia una frase sua o ripresa da altri, ma il punto lo ha ben centrato.

Oggi è pericoloso non rendersi conto del mondo in cui viviamo. È pericoloso e anche un po’ egoistico disinteressarsi di questa fase di tensione mondiale. Perché l’indifferenza, l’abitudine, l’estraneità sono campo fertile per chi semina l’odio per il diverso. Per chi, come Matteo Salvini, organizza per il 25 aprile una giornata per la legittima difesa, in cui si è dato voce agli istinti più pericolosi di una parte del nostro elettorato.

Il 25 aprile è resistenza. Ieri, ora e sempre. Contro i fascismi, sì, ma anche contro l’ignoranza.

Daniele Zanardi

L’analogico resiste e lotta insieme a noi

“Perché l’analogico si rifiuta di morire?”. E’ una domanda che apre una profonda riflessione, ma è anche il titolo dell’articolo di Oliver Burkeman scritto per il quotidiano britannico The Guardian, tradotto in italiano su Internazionale.it.

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Tre oggetti per me indispensabili, ovunque: matita (o penna), blocchetto tascabile e un libro.

Dai dischi in vinile ai libri di carta – scrive Burkeman – i prodotti analogici si rifiutano caparbiamente di morire“. Tra questi ultimi, il giornalista inglese conta anche il Nokia 3310, indimenticata pietra miliare della tecnologia pre-smartphone. Pur non essendo un oggetto analogico, il 3310 e la nostaglia che ha rilanciato il suo nuovo ritorno sul mercato sono aspetti che avvalorano la tesi di Burkeman: l’analogico si rifiuta di morire perché funziona. Perché deve fare una cosa e quella cosa fa. La fa bene, sempre e comunque. Un po’ come il 3310. Come la carta, che adempie i suoi doveri di raccolta appunti e memorie; come una macchina da cucire; come un vinile.

Ma per meglio ritrovarsi nella riflessione di Burkeman, non credo ci sia miglior cosa di leggerla cliccando qui. Ci vogliono due, tre minuti. E ci rivediamo qui.

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Perché l’analogico non si rifiuta di morire? Per tutte le ragioni finemente esposte da Burkeman, certo. E – secondo Dave Grohl, front man dei Foo Fighters – per preservare “l’elemento umano” che l’analogico esalta (al proposito vi consiglio questo bel pezzo scritto da un amico su Yury Magazine).

Ma io credo anche per qualche altro motivo.

Io credo che in tutti noi, dopo un buio periodo di abbassamento degli sguardi alla luce dei propri smartphone, si sia fatto strada un piccolo desiderio di indipendenza. Una spinta interna, più o meno consapevole. Una repulsione che ci fa allontanare per alcuni momenti dalla vita tecnologica, frenetica, urgente, a tratti imposta.

E’ una spinta che vedo in me – sì, anche se per ovvi motivi non sto scrivendo da una vecchia Lettera 22 Olivetti – ma che credo di avvertire un po’ in giro. Tra chi decide di andare a fare la spesa con la solita e vecchia lista scritta a mano, lasciando il telefono a casa. Chi si ostina a comprare libri e giornali, alla faccia dell’e-book. Chi decide di andare a farsi una birra al bar con gli amici, anziché rimanere a casa illuminato dalla doppia luce di tv e telefono. Che ok, non sarà un’azione “analogica” ma contribuisce comunque a staccarci dalla tecnologia.

Non sono qui ad auspicare un definitivo ritorno all’analogico. In realtà non sono qui per fare nient’altro che esprimere il mio pensiero sollitecato da un articolo in grado di toccare le mie corde. A testimoniare che forse quella sensazione di distacco verso il pressante mondo della tecnologia – e dalla dipendenza da social network – si sta diffondendo.

E penso che sia un bene. Per farci riconoscere l’utilità (innegabile) e i limiti (altrettanto) della cara tecnologia. Perché comunque fin qui ci siamo arrivati, più o meno senza problemi.

Perché non (provare a) continuare così?

Daniele Zanardi

P.s: E voi siete legati a oggetti analogici? Se sì, quali e perché? Parliamone su Pallone mio!

Le 5 canzoni del mio 2016 (e buon anno a tutti)

Il 2016 è stato un anno controverso. E’ stato l’anno del terrorismo, dei grandi personaggi che ci hanno salutato – a cominciare da David Bowie fino a George Michael.  E’ stato l’anno delle anomalie politiche (dalla Brexit a Trump), è stato l’anno del referendum costituzionale (ve lo ricordate?). E’ stato, in tutto questo, l’anno dei social network, sempre più integrati nella nostra vita, fino all’esasperazione.

Ma dal punto di vista personale è stato un anno di soddisfazioni. Per tanti motivi che mi ritrovo qui a ripercorrere sotto forma delle cinque canzoni del mio 2016. E’ cambiato qualcosa dal 2015? Qualcosa sì, decisamente, ma quelle canzoni che ho scelto un anno fa sono rimaste. 

Ora, però, è tempo di una nuova playlist che spero possa farvi piacere: per scoprire una canzone nuova, per riascoltarla o per condividere qui i vostri cinque pezzi del 2016.

(Avviso ai naviganti: l’ordine è del tutto casuale, ma dal 5° al 1° fa comunque figo).

5) Less I know the better – Tame Impala

Questo è stato il mio primo tormentone dell’anno. Perché è forse il pezzo più completo dell’ultimo album dei Tame Impala – ascoltatelo se non l’avete ancora fatto -, perché ha un video pazzesco e in linea con la psichedelia della canzone, perché racconta anche una storia – o una verità – che è quasi una lezione di vita.

4) Stormi – Iosonouncane 

L’ho “scoperto” solo quest’anno Iosonouncane e questa canzone è il suo manifesto. Un Lucio Battisti moderno – qui lo ricorda molto – che strizza l’occhio a effetti elettronici e, anche qui, un po’ psichedelici. In due parole: un pezzaccio.

3) La Gozadera – Gente de Zona

Perché l’Erasmus a Bilbao me l’ha “trapiantata” in mente e in ogni momento di festa salta fuori. Anche se non c’entra niente con tutto il resto: in realtà c’entra sempre.

2) Questo nostro grande amore – I Cani

Ci credete che fino all’anno scorso non riuscivo a sentirli? Ero andato a sentire I Cani – aka Niccolò Contessa – credo nel 2014, ai tempi di Glamour. Lo trovai ripetitivo, borioso, a tratti scontato. Ma l’ultimo disco – Aurora – è qualcosa che si avvicina alla perfezione: da ascoltare dalla prima all’ultima traccia senza pausa (a parte la pubblicità di Spotify). Ci sono tante canzoni che meritano in questo album: Baby Soldato e Calabi-Yau sono le mie preferite. Ma questa che ho scelto ha un sapore per me molto particolare.

1)  L’anima non conta – The Zen Circus

Gli Zen Circus si confermano nella mia personalissima classifica dal 2015 al 2016. Non “di rendita”, o forse anche sì, chissà. Ma perché credo che il loro l’ultimo album – La terza guerra mondiale – sia il disco migliore dell’anno. Un lavoro completo che sa quasi come l’opera più matura del gruppo toscano: c’è la durezza, c’è il rock, c’è la provincia.
Ma c’è anche qualcos’altro che si può percepire solo ascoltandoli.

Grazie a tutti coloro che in questo 2016 hanno letto anche solo una riga di questo blog, hanno condiviso idee o le hanno contestate, chi ci si è ritrovato, chi ci è capitato per sbaglio, chi ha riflettuto.

Grazie a voi e arrivederci al prossimo anno: buon 2017 a tutti!

Daniele Zanardi

Morale del caso Di Canio: se puoi evitare, evita

La notizia del momento è che Paolo Di Canio è stato sospeso da Sky Sport per il suo tatuaggio fascista mostrato durante la trasmissione.

L’opinione pubblica si è divisa in due, che mi sento di riassumere in altrettanti frase rappresentative:
1) “Sì ma lo sapevano già che Di Canio era fascista, hanno scoperto l’acqua calda!
1a) La variante da fascistoide da tastiera: “Eh se aveva una tatuaggio di Che Guevara scommetto che non gli avrebbero detto niente! Comunisti bastardi, ONORE PAOLO!
2) “Di Canio fascista di merda vattene te lo meriti“;

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La verità, come al solito, sta nel mezzo. E io non sono qua per consegnarla all’umanità, ma semplicemente mi appello al buon senso. Con questa lista di presupposti:

  1. Di Canio sa fare televisione
  2. Di Canio è un grande esperto (come pochi) di calcio e di calcio inglese
  3. Di Canio ha le sue idee dall’alba dei tempi, ma questo non lo giustifica
  4. Di Canio è uno di quei pseudo-fascisti che, seppur con un’esperienza internazionale da calciatore che penso abbiano ammorbidito le sue teorie, dà adito a pseudo-fascistelli che popolano i siti internet e i social (per strada è raro incontrarli, se non nell’Italia centrale)
  5. Di Canio è stato un coglioncello: lo sai benissimo di avere quel tatuaggio (spero), lo sai benissimo che andarci in televisione (come conduttore, poi) non è tollerato. L’avrà fatto apposta? Un po’ come quando te la senti e giri con la maglia della Juve a Milano, dell’Inter a Torino, della Sampdoria a Genova, del Genoa a Sampierdarena (si scherza). Solo che qua il sempre schivo Paolino ha sfoggiato un tatuaggio da denuncia. Te le vai a cercare. E secondo me potrebbe pure averlo pensato.
  6. Bastava mettersi una camicia. Anche nera, se proprio volevi.

Conclusione secondo il buon senso: Di Canio si “scusa” pubblicamente, per aver azzardato la mossa di mostrare il suo tatuaggio. Sky lo “perdona ” (come se lo avesse scoperto ieri) e siamo tutti contenti con il suo programma con la Premier assieme a Vialli la domenica al tardo pomeriggio.

Conclusione naturale dei fatti: Di Canio non si scusa (o anche sì, ma non cambia), Sky non torna sui suoi passi perché teme l’opinione pubblica dei leoni da tastiera e ci perdiamo un bel programma per conoscere più a fondo la Premier.

Io tifo per il buon senso, come sempre. Un po’ come quando la RSI licenziò Eranio per quella frase sui giocatori di colore che giocano in difesa.

Tifo per il Paolo Di Canio conduttore e intenditore di calcio. Non voglio che il Paolo Di Canio (pseudo) fascista diffonda le sue (pseudo) teorie. Perché se uno disprezza davvero i fascisti (quelli veri, se ce ne sono stati), dovrebbe disprezzare ancora di più questi esemplari di “fascisti col culo degli altri”.

Altrimenti ce ne faremo tutti una ragione dell’assenza di Di Canio dai palinsesti Sky. E magari impareremo pure qualcosa, specie in questi tempi di vita social: se stai pensando di farla fuori dal vaso, fermati finché sei in tempo. Evita. Se no sono tutti affari tuoi.

Daniele Zanardi

Ieri il burkini, oggi Omran: e vai con l’indignazione a orologeria

Ieri il burkini, oggi Omran e domani chissà. Ci si scandalizza, ci si indigna o ci si commuove a orologeria, a seconda di quello che passa nel convento dei media. E poi si dimentica. Tutte queste (e altre) informazioni a getto continuo anziché avvicinarci al vero problema sono quasi un ronzio nel nostro stile di vita (apparentemente)  frenetico e senza interruzioni. Cose lontane, cose di cui, nel bene o nel male, possiamo veramente farci poco. A meno che in questo mondo governato dalla sete di carriera personale qualcuno, che per fortuna esiste, decida che la miglior cosa da fare è andare in questi posti ad aiutare in prima persona. Ma si tratta di pochi, encomiabili, esempi, se vogliamo anche “pazzi”.

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Quello che a me mette ansia, in ogni caso, è questo flusso di comunicazione che viviamo 24 ore al giorno. Che vogliamo o no. Che poi: c’è dal giorno alla notte dalla questione burkini (la solita polemica sterila cavalcata dal solito Salvini) al volto perso del piccolo Omran. Ma è necessario sapere tutto questo? Ci eleviamo a qualcosa in più sapendo cosa succede in Siria o in Venezuela? Ci sentiamo più consapevoli, abbiamo più diritto a indignarci. E poi? Vai col prossimo carico di notizie. E Omran è solo uno sbiadito ricordo.

Con questo non voglio screditare il mondo dell’informazione (anche se…). Scredito il mondo dell’essere iperconnessi, del sapere tutto su tutto per forza di cosa, dell’esserci su ogni argomento. Non è una difesa dell’ignoranza: è solo che a volte desidero fortemente scendere dalla carovana in continuo movimento. E fermarmi, a riflettere. A realizzare che quello che ci stanno raccontando succede davvero: che non è un film, non è un documentario, non sono figuranti. Ma capire davvero che a questo mondo, mentre noi discutiamo del burkini (!), delle tre cicciottelle alle Olimpiadi e ci commuoviamo prima per il bambino siriano morto in spiaggia e poi per il piccolo Omran ricoperto di sangue e polvere, queste cose “laggiù” e in altri chissà quanti posti al mondo succedono davvero.

E non basteranno neanche gli aggiornamenti più puntuali per capire davvero cosa si prova a viverli sulla propria pelle.

Daniele Zanardi

P.S.: Figuriamoci poi quando a cimentarsi nell’aggiornamento a tutti costi è il giornalismo sportivo, in particolare quello calcistico: le solite cose, dette dalle solite persone, su affari che si creano e si disfano nel giro di un pranzo e che occupano tre collegamenti in un tg di mezz’ora. Ma fatemi il piacere.

Piccole grandi gioie: incontrare Marco Travaglio

Mercoledì sera sono andato a Savona a vedere “Perché no” di Marco TravaglioGiorgia Salari. Con l’aspettativa di passarmi una bella serata al fianco di amici e davanti a uno dei migliori esempi viventi di giornalismo come si deve. Alla fine è stato qualcosa in più.

Ma partiamo dallo spettacolo. Che parla del referendum, o referenzum, che il Governo Renzi ha programmato per il prossimo autunno per cambiare la Costituzione Italiana. Un argomento su cui per ora (siamo ad agosto) la popolazione in generale è parecchio disinformata. Vuoi per distanza dalla politica, vuoi perché i giornali non li legge più nessuno, vuoi perché sono tutti su Facebook.

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L’unica foto che ho fatto (male) ieri sera per non sembrare come i cinquantenni che fanno foto a tutto e tutti

Lo spettacolo di Travaglio mi ha emozionato e, come sempre nei suoi discorsi, mi ha mosso anche un po’. Invitandomi a riflettere, a informarmi di più, ad andare oltre ciò che i soliti media ci concedono. Ma mai, però, avrei immaginato di tremare, di lì a poco, per la possibilità di incontrarlo e stringergli la mano. Oh io sono così. Quando vedo un mio idolo non so rimanere indifferente. E così, stretto tra la calca di sciure che sventolavano il libro per farselo firmare, mi sentivo tremare. Tutto. Sudorazione non eccessiva, salivazione azzerata. “Sto per incontrare Marco Travaglio – pensavo –L’avrò visto mille volte tra tv e sue parole su giornali e libri, come faccio a sfruttare i pochi secondi a disposizione per far uscire dalla mia bocca qualcosa di sensato? Usciranno parole o grugniti?“. Col cuore a mille, prendevo tempo facendo passare le sciure scatenate. E anche piuttosto indifferenti. Notavo, con dispiacere, che a molti bastava allungare il libro per ottenere la firma e andarsene soddisfatti. Oltre al fatto che di giovani, in pratica, eravamo solo io e i miei amici.

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Il libro di Marco Travaglio e Silvia Truzzi sul referendum su cui si basa lo spettacolo teatrale. Che vi consiglio vivamente per informarvi sul referendum.

Arriva la mia volta. “Belin ma perché non ho portato il curriculum, sono un cazzo di pollo“, ho pensato. Cosa ne avrebbe fatto, dite voi. Niente, con tutta probabilità. Ma a me piace provarci sempre. Tranne ieri. Perché non sapevo fosse così raggiungibile/avvicinabile. Non ci avevo neanche pensato. Aspetto positivo: la sorpresa di poterlo incontrare. E allora eccomi qui. Tremolante, gli porgo il libro. Gli spiego che è un mio punto di riferimento, perché studio giornalismo. Scambiamo alcune battute, in mezzo alla calca di donne sulla sessantina. Mi scrive una dedica, così come alla mia amica Ale, perché studiamo giornalismo. Lo ringrazio, riconoscendogli la grande ammirazione che nutro da sempre per lui. Ci stringiamo la mano. Mi allontano e, piano piano, realizzo un po’ tutto, col sorriso praticamente stampato e un’espressione ebete (ma forse quella ce l’ho sempre). Forse vi sembrerò esagerato ma, come dico spesso, ognuno ha i suoi idoli. E il mio è Marco Travaglio.

PS CHE C’ENTRA POCO SE NON PER L’AMBIENTAZIONE – Eravamo a Savona, vi dicevo. Spettacolo alle 9, alle 8 decidiamo di mangiarci un panino. “Andiamo in quel bar che li fanno buoni“: niente, sta chiudendo. Ci arrangiamo in un baretto che ci prepara sei panetti con lo stesso tempo che io impiego per fare una torta di mele, ma almeno ce li fa. Caffè? Dai caffè. Andiamo al bar della piazza dove si svolge lo spettacolo. Ore 20.50. “Mi spiace ho già pulito la macchina”. Giro l’angolo, stessa scusa: “Stiamo chiudendo“. Alla fine ho preso il caffè alle macchinette. Che di solito maledico, ma menomale, a volte, che ci sono. C’erano centinaia di persone a vedere Travaglio, ma tre su quattro commercianti con cui mi sono relazionato ieri stavano chiudendo.
A quanto pare a Savona la torta di riso è davvero finita…

Daniele Zanardi

E se Chris Froome fosse un eroe?

(Questo è il primo articolo, e spero non ultimo, che ospito su questo blog. L’autore è Simone Barisione: studente universitario, tastierista dei NonostanteClizia e, last but not least, stra appassionato di ciclismo. “Pallone mio” non ha mai affrontato l’argomento, , ma in questo articolo Simone riesce a trasmettere la passione e la straordinarietà di un ciclista, Chris Froome, che con un gesto umano e istintivo ha “sconvolto” il mondo dei pedali. E chissà che non ve ne appassionate. Buona lettura!)

Disclaimer: Chris Froome non mi sta simpatico.
Non sta antipatico solo a me, sta antipatico a buona parte del popolo del ciclismo. Citando Salvo Aiello, commentatore Eurosport, “io sono il piccolo Simone da Acqui Terme”, e dal mio piccolo-piccolo punto di vista Chris Froome e la sua Sky sono la morte del gesto sportivo, e in particolare dello spettacolo ciclistico, ma per questo articolo proverò a mettere in prospettiva la questione, e annullare partigianerie e simpaticherie.
Dunque: e se Froome fosse davvero un eroe?

froome tour de france

froome corre tour de france

In queste due immagini ci sono le due istantanee di questa tappa, gonfia di significati sportivi e non, e ci sono anche le due anime più pure e contrapposte di Chris Froome, uno sportivo che sempre di più si regge su dicotomie e tensioni contrapposte.

Nella prima, in seguito alla caduta di due suoi gregari, capitombolati dietro a Simon Gerrans, a sua volta impegnato nell’inseguimento della fuga, Chris Froome si mette in testa al gruppo e fa segno a tutto il plotone (già scremato da azioni a ventaglio in pianura e ridotto a 35 unità) di rallentare: la maglia gialla vuole fermarsi e fare pipì, e permettere in questo modo di far rientrare i suoi compagni.

Mancano solo 35 chilometri all’arrivo e, come spesso dice Riccardo Magrini, oggi più political correct del solito e comprensivo durante la telecronaca nei confronti dell’atteggiamento spaurito del gruppo, “la corsa è corsa”. Nonostante ciò tutti i corridori rallentano e aspettano Froome e compagni, che rientrano insieme alle quasi 100 unità che si sono staccate sotto le precedenti azioni delle altre squadre, in particolare della Ettix, compagine di Daniel Martin, interessato alla tappa e ad un avvicinamento in classifica. Tutto è vanificato, tutto è da rifare.

La Movistar di Quintana avrebbe potuto tirar dritto, la Astana di Aru attaccare: nonostante la concreta possibilità di mettere in difficoltà la maglia gialla, il peso e il carisma di Froome ha intimidito i colleghi, e nessuno si è sentito di continuare per la sua strada.

Questa immagine evoca tutta l’antipatia di Froome. Un corridore con la squadra più forte del mondo, non esente da insistenti vociferazioni sui suoi wattaggi e sulla sua carriera sportiva e possibili implicazioni con il doping, che si comporta come leader indiscusso della corsa, con atteggiamenti che non possono che ricordare quelli di un certo Lance Armstrong, che con il suo carisma influiva sugli eventi e manipolava le situazioni di corsa e non. Un ciclista, il keniano, che fa aspettare l’organizzazione ciclistica più importante al mondo e il terzo evento sportivo più grosso in assoluto perché deve cambiarsi e fare i rulli prima di andare al podio, perché così deve essere per il protocollo Sky.

Si apre però un altro punto fondamentale; a differenza di Lance, Froome non è mai parso un predestinato, né un talentuoso, né un leader carismatico. Non ha mai vinto un mondiale a 21 anni né sconfitto il cancro.

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L’ascesa: dalla mediocrità alla maglia gialla

Esordisce nel 2007 con una piccolissima squadra sudafricana, la Konica Minolta, con cui non ha neanche l’opportunità di vedere da lontano il ciclismo che conta. Passa quindi alla Barloworld, sotto l’egida di Carlo Corti, ma anche qui “Vroom Vroom” Froome risulterà tutt’altro che un ciclista di talento puro: i suoi primi risultati nei grandi giri saranno un ottantatreesimo posto a Tour e un trentaduesimo al giro.

Dopo anni nell’oscurità passa nel 2010 alla Sky. Ciò sarà il prodromo di un 2011 in cui il ragazzo si fa notare, quasi dal nulla, con un secondo posto alla Vuelta. E’ la rivelazione.

L’anno dopo, il 2012, tutti ricorderanno un Froome incontenibile, costretto ad aspettare in salita il capitano designato Wiggins, per aiutarlo a vincere un tour che sarebbe stato altrimenti facilmente suo.
Il resto è storia.

Tutto ciò mette in evidenza un fatto e una considerazione: Froome non è un talento puro e questo ha sempre mosso polemiche e dubbi sulle sue prestazioni.
E se in realtà questo fosse l’esempio del sogno americano, della costanza, dell’applicazione e della forza di volontà che permettono di superare ogni ostacolo?

Froome come Forrest Gump, ovvero: The American Dreamer.

Arriviamo dunque alla seconda immagine di questo articolo. Chris Froome si trova all’attacco, a 2 chilometri circa dall’arrivo, con Bauke Mollema e Richie Porte. Tutti gli altri, compreso l’avversario più temibile Nairo Quintana, sono staccati, a diversi secondi.
La motoripresa inchioda, Porte ci sbatte dentro, di conseguenza Froome e Mollema cadono. Mollema riesce subito a ripartire, Porte no, ha un problema meccanico e aspetta l’ammiraglia. Nel marasma non si capisce dove sia Froome, né se sia rimasto coinvolto nell’incidente. Le immagini sono confuse e mosse, visto che il cameramen è rimasto egli stesso coinvolto nel fatto.

Poi uno scatto, uno scarto, un’immagine: Froome sta scalando a piedi il Mont Ventoux.
Come per Porte un problema meccanico non gli ha permesso di ripartire, ma Chris non ci sta: come un moderno Forrest Gump se ne frega di evidenti impossibilità e si mette a correre. Non importa se le scarpe con gli attacchi non permetterebbero a nessuno di fare più di qualche metro di corsa, non importa se il regolamento non permette di tagliare il traguardo senza bicicletta, come non gli importa del fatto che è evidentemente un atteggiamento che non gli permette di guadagnare o limitare i danni sportivi; Froome non può, ma se ne frega e ci prova, come Forrest quando si libera delle sue impalcature alle gambe e decide di diventare il più famoso corridore della storia del cinema.

Non è la prima volta che Froome si dimostra il nuovo Gump. Chris è l’esegesi della bruttezza estetica. La sua pedalata è orribile, la sua posizione in bicicletta sbilanciata, con quella testa storta che guarda tra le gambe e il tachimetro, il suo fisico inguardabile e i suoi scatti sono dei semplici aumenti di frequenza di pedalata. Frulla senza alzarsi dai pedali, utilizzando una respirazione forzata e palesemente studiata da chissà quale medico o luminare dello sport. Teoricamente un uomo del genere non può avere a che fare con i ciclismo che conta, ma lui non lo sa (in più se ne sbatte) e domina. Ma il pubblico gufa, e non lo ama: Froome non è bello, non convince e stravince, annoia.

froome forrest gump tour france

Un altro fatto che palesa l’autismo sportivo di Froome è sempre stata una certa incapacità di stare in gruppo, una forma di asocialità sportiva, che unita alla sua poca bravura nel guidare la bicicletta e la sua mancanza di resilienza lo obbligavano a una corsa sempre controllata dalla sua squadra, che imponeva (e ancora impone) un copione da rispettare alla lettera, per non permettere alcuna variazione sul tema e portare a termine il lavoro senza possibilità di imprevisti. Nel gruppo il keniano faticava, quando pioveva si restringeva come un panno steso, sul pavè perdeva e in discesa cadeva.

Obbligatorio l’utilizzo del passato, perché qualcosa in questo Tour è cambiato.

Froome ha incredibilmente dimostrato a 31 anni di aver imparato ad attaccare in discesa (a modo suo, con una posizione ridicola e quasi inedita), di saper entrare in un ventaglio in pianura con i migliori specialisti del Nord, di poter accelerare sotto una grandinata da tragenda. Una volta il modo di mandare in tilt il campione (?) era rendere la corsa imprevedibile, attaccarlo al di fuori delle grandi salite e delle crono, come fece Nibali nel 2014. Oggi è Froome stesso a scandagliare (oltre che dominare) la Grand Boucle, ad attaccare su terreni che si pensavano i suoi punti deboli.
Il brutto anatroccolo forse si sta trasformando in cigno, quasi fuori tempo massimo, e ieri ha dimostrato di voler vincere al di fuori di ogni logica.

Froome è come quel compagno di scuola secchione che pur di prendere 10 avrebbe venduto sua madre, che passava notti insonni a cercare di mandare a memoria ogni parola della lezione. E a me non sono mai stati simpatici i secchioni, ma se si allontanano per un attimo gli spettri del doping, la pesante storia di questo sport e le innegabili similitudini Froome/Armstrong e Sky/Us Postal, Froome incarna pienamente lo spirito del sogno americano: un uomo che nonostante i palesi limiti con la forza di volontà, il coraggio e l’applicazione riesce in qualcosa di impensabile, in una scalata impossibile.

Froome come Rocky, Froome come Forrest, ma con molti più soldi e una squadra multimilionaria alle spalle. Dunque Froome come Armstrong? Presto per dirlo, non ci resta che sperare di no, e vedere, come primo capitolo di un Froome diverso come si concluderà questa Grand Boucle funestata da così tanti eventi tragici e bizzarri.

Rimane una sicurezza: Chris Froome è ad ora uno degli sportivi più difficili da decodificare, se non ci si lascia andare a facili giudizi. Un uomo che controlla ossessivamente il suo computerino e che non accetta che qualcosa vada come non ha preventivato, ma che poi è capace di abbandonare il mezzo meccanico per scalare una delle salite più importanti del ciclismo di corsa. Accetto consigli, commenti.

Io non so chi o cosa sia Chris Froome, e cosa ancora peggiore, non so se odiarlo o innamorarmi di lui.

Simone Barisione